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日志


8月29日

Liberto Pasquale e i nove immigrati arrestati ingiustamente a Siracusa

Si è conluso il processo per direttissima che era fissato per questa mattina. Pasquale Pedace e i 9 immigrati fermati a Siracusa domenica scorsa, 24 agosto, sono stati finalmente rimessi in libertà.
Tutti i capi d'accusa più gravi sono stati rigettati dal giudice mentre per la presunta resistenza a pubblico ufficiale si svolgerà un processo a fine ottobre.

8月27日

Forze del disordine

Secondo un quotidiano, che oggi 26 agosto mette la notizia in prima pagina, Pasquale Pedace, 37 anni, iscritto all' "Associazione antirazzista 3 febbraio" è finito in galera per aver chiesto un trattamento più umano nei confronti di 10 immigrati che avevano tentato una fuga dal CPT di Siracusa e che sarebbero stati "fermati, buttati a terra e picchiati" ... " a faccia in giù e con i piedi sulla schiena minacciati in continuazione". Pedace, secondo il suo legale, era in stazione per caso, di ritorno dalle vacanze, e sarebbe intervenuto solo verbalmente per invitare gli agenti ad un comportamento più rispettoso. "Non sono bestie, non trattateli così" avrebbe esclamato. Per questo motivo, secondo gli amici che erano con lui sarebbe stato arrestato e "da domenica non si hanno più notizie di lui".

Questi sono i veri problemi di sicurezza che hanno i cittadini. Ministro Maroni, chi ci difende da poliziotti come questi o come quelli del g8 di Genova?

8月24日

Del resto portano la pace...

il manifesto, 23 agosto 2008
Bombe Usa, strage a Herat: 76 civili. Feriti tre italiani

Il «danno collaterale» provocato ieri dagli americani nel distretto di Shindand, provincia di Herat (dove ci sono anche gli italiani) questa volta è pesante: 76 civili, di cui 56 bambini e 19 donne in un colpo. E potrebbe essere anche più pesante se si confermeranno la notizia data da Peacereporter che parla dell'arrivo, ieri mattina, nel centro chirurgico di Emergency a Lashkargah, sud dell'Afghanistan, di altri 10 civili (un neonato, 4 bambini, 5 donne) feriti dalle schegge di razzi caduti nella loro casa nella provincia di Helmand, durante una festa di matrimonio, e che assicurano che l'attacco - «sono stati gli inglesi» - ha provocato anche «un numero notevole di morti».
Gli americani a Herat, a est, gli inglesi a Helmand, a sud. Gli alleati non sanno più da che parte guardarsi. I taleban sembrano dappertutto, anche intorno a Kabul. E a fare le spese di una guerra sempre più sanguinosa e sempre più «impossibile da vincere» (lo hanno scritto i generali francesi in un rapporto a Sarkozy), sono i civili.
Ma che importa? Ieri, dopo la notizia della nuova strage e quella del ferimento (lieve) di tre alpini italiani all'esplosione di un ordigno che ha colpito il loro mezzo blindato a 20 km da Kabuk, il ministro Frattini ha garantito che «l'Italia conferma il suo impegno in Afghanistan». Perché «la lotta al terrorismo lì ha ancora bisogno della comunità internazionale» e «i nostri soldati si stanno facendo onore» (sono 2350 attualmente). Dal canto suo il ministero dell'Interno afghano ha espresso «il più vivo rincrescimento» per la strage dei 76 civili che ha definito «un incidente involontario». Strage smentita prontamente dal portavoce militare americano, Nathan Perry, che ieri mattina ha fornito il bilancio del «successo» riportato dall'operazione della notte precedente a Herat - 30 «militanti» islamici uccisi e 5 arrestati - ma senza «la minima informazione» (e probabilmente interesse) sulle vittime civili. I danni collaterali e trascurabili.
Fortunatamente non sono solo civili a morire. Ieri si è saputo di un altro militare della coalizione a guida Usa (non se ne conosce la nazionalità) rimasto ucciso nell'est del paese. Il 41° di agosto, quasi recordo dopo i 49 di giugno. In Francia, sotto choc per la morte di 10 parà, un sondaggio rivela che il 55% dei francesi è per il ritiro immediato delle truppe «perché in Afghanistan ci stiamo impantanando in un conflitto che non si riesce a gestire».

L’allievo ripetente

Ora d'aria
l'Unità, 23 agosto 2008 di Marco Travaglio
 http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.

Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).

Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
8月13日

Disinformazione

Tutti i giornali e tutti i tg parlano dei sorprendenti elogi del Newsweek verso il nuovo governo. Si nascondono le decine di articoli di giornali esteri che ogni mese demoliscono a parole l'intera politica del nostro Paese. Tutti annunciano i complimenti giunti a Silvio Berlusconi, ma nessuno dice, o dirà mai, cosa ci sia scritto veramente in quell'articolo di Jacopo Barigazzi*.
In realtà gli elogi indirizzati a Berlusconi riguardano solo la faccenda di Napoli. Il vero scopo dell'articolo è rendere noto l'alto gradimento di questo governo e spingere l'Italia a fare finalmente qualcosa in campo economico.
Questo non lo saprete mai. Quindi, leggete voi stessi l'articolo.


Miracolo in 100 giorni
Come Berlusconi ha portato ordine nella caotica Italia, e cosa succederà dopo.

Nei suoi primi 100 giorni in carica, Silvio Berlusconi può aver fatto l’impossibile: ha imposto un controllo su questa apparentemente ingovernabile nazione, a un livello senza precedenti nella moderna storia italiana. I partiti di opposizione sono impantanati in bisticci, e Berlusconi, ora Primo Ministro per la terza volta dal 1994, ha un’approvazione del 55%, più alto di Gordon Brown, Nicolas Sarkozy o José Luis Rodríguez Zapatero.

Nessuno in Italia era riuscito ad essere apprezzato, questo è sorprendente. Più di gran parte delle nazioni dell’Europa Occidentale, l’Italia è stata a lungo tormentata dalla corruzione e da un sistema che assegnava un peso politico sproporzionato a piccoli partiti. Il predecessore di Berlusconi, Romano Prodi, fu ostacolato dalla piccola maggioranza di centro-sinistra al Senato e dai 9 partiti di coalizione. Ma Berlusconi, il 72enne magnate dei media, intelligentemente ha sfruttato la legge elettorale del 2005 che eliminava i piccoli partiti per ottenere una sorprendente valanga di voti per il quale l’opposizione sta ancora cercando di riprendersi.

Il suo partito di centro-destra ora ha 174 seggi al Senato (contro i 132 di sinistra) e mentre gode di una sorte di luna di miele con l’elettorato, ha sprecato poco tempo per consolidare la sua autorità. Uno dei suoi primi provvedimenti: far accettare una legge che assegna alle prime quattro cariche istituzionali, incluso il Primo Ministro, l’immunità dall’azione giudiziaria mentre è in carica.
La legge è passata con una maggioranza schiacciante lo scorso mese e ha messo fine ai procedimenti penali in corso contro Berlusconi (lui e i suoi sostenitori hanno detto che si trattava di un’operazione politica).

Che in questa nuova legge ci fosse un possibile conflitto di interesse non è passato inosservato ma gli italiani si sentono troppo poveri per dargli maggiore attenzione. Dopo 10 anni di crescita economica vicina allo zero (la Bank of America prevede una crescita dello 0,5% quest’anno), loro hanno richiesto sicurezza, non solo finanziaria. E Berlusconi la sta consegnando con una competenza da mano di ferro in guanto di velluto. Emblematica è stata la sua abilità nel pulire Napoli, sepolta da mesi sotto l’immondizia, in parte perché le comunità circostanti non permettevano semplicemente al governo di gestire le discariche di rifiuti. Berlusconi ha tenuto a Napoli il Consiglio dei Ministri**, dove promise che avrebbe fatto il possibile fino a quando l’immondizia non sarebbe sparita, e ha nominato uno “zar dell’immondizia” per risolvere il problema. A Luglio il Parlamento ha approvato il piano di Berlusconi per aprire nuove discariche e inceneritori, e ha autorizzato i militari per proteggere temporaneamente le discariche dai residenti infuriati. I giorni successivi Berlusconi ha annunciato che 50 mila tonnellate di immondizia erano stati rimossi.

Con una simile risolutezza ha affrontato la percezione secondo cui la criminalità sia in aumento (malgrado i dati mostrino tutt’altra cosa) e che la colpa sia degli stranieri. A Luglio il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza per combattere l’immigrazione clandestina e ha proposto una legge per prendere le impronte digitali a tutti i rom che vivano in Italia. Berlusconi ha ammorbidito il piano di fronte all’opposizione dei gruppi per i diritti umani e dell’Unione Europea. Ma in Agosto ha schierato centinaia di truppe per tutta l’Italia nel tentativo di essere più severo con l’immigrazione e la piccola criminalità.

Queste dure tattiche possono donare a Berlusconi la copertura per affrontare le questioni più profonde dell’Italia. Gli italiani ora pagano le tasse più alte dell’Europa Occidentale, e hanno i salari più bassi, che conducono alla diffusa evasione fiscale. Il debito pubblico rimane superiore al 100% del Pil; l’amministrazione costa dal 5 al 6% del Pil ogni anno, secondo la Bank of America.
Berlusconi ha promesso di ridurre le spese (in contrasto con il suo primo periodo), ma sarà più difficile mantenere la promessa di abbassare le tasse o stimolare la crescita. Berlusconi deve ancora capire la direzione. Lui piace agli italiani ora, ma ciò che vogliono veramente è la stabilità economica. Far sparire l’immondizia e perseguitare gli immigrati non basterà.
 
Come è stata riportata la notizia di questo articolo, possiamo capire chiaramente come lavorano i media italiani per disinformare. Riflettete... 
* Barigazzi è stato l'unico giornalista italiano che lavora all'estero che ha ottenuto un' intervista da Berlusconi prima delle elezioni. Dunque già allora c'erano stati dei contatti.
** Cdm tenuto realmente a Napoli. Doveva essere monotemetico, si doveva parlare solo di immondizia, invece si approvò il "decreto sicurezza" di Maroni (ma chi ci difende da Maroni?)

Arresti di prima classe

di Marco Travaglio
L'Unità, 12 agosto 2008
Poniamo che arrestino un tizio, uno sconosciuto che non è Vip e non ha amici Vip, con l’accusa di aver rubato 6 milioni di euro alla collettività rapinando una banca o rubando nelle ville. E che poi lo scarcerino dopo 28 giorni.
Giornali e tg sarebbero pieni di commenti indignati di politici e opinionisti contro l’ennesima «scarcerazione facile». «Rubò 6 milioni, già a casa». «La polizia li mette dentro, i giudici li mettono fuori». «Alfano, ispettori contro le toghe buoniste». «Pdl e Pd uniti: tolleranza zero contro ladri e rapinatori». Difficilmente a qualcuno verrebbe in mente che il tizio è solo un sospetto rapinatore e che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza. Poniamo invece che il tizio accusato di aver sottratto 6 milioni al prossimo sia un politico sospettato di mazzette sulla sanità. Più precisamente un governatore, magari dell’Abruzzo. Ieri ha ottenuto i domiciliari dopo 28 giorni di carcere per cessato pericolo di inquinamento probatorio (ma non di reiterazione del reato). A nessuno è venuto in mente di gridare alla scarcerazione facile, di protestare perché è uscito dopo «appena 28 giorni». Anzi, qui «facili» erano le manette. Quei 28 giorni sono parsi eccessivi a chiunque si sia espresso sul caso. Parve eccessivo anche il primo giorno di custodia, tant’è che un minuto dopo lo scattare delle manette era già tutto un coro: «Era proprio necessario arrestarlo?». Eppure, per la Costituzione e la legge, tra il tizio e Del Turco non c’è alcuna differenza: entrambi sono sospettati di aver derubato la cittadinanza della stessa somma, entrambi devono restare in cella per un po’ onde evitare che concordino versioni di comodo con testimoni e coindagati. Possibile, allora, che politici e media li trattino in modi così diversi, anzi opposti? L’unica spiegazione è il razzismo sociale che è venuto montando in Italia, creando una Costituzione materiale che ritiene intoccabili «a prescindere» i membri della Casta, in barba al principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Se il tizio accusato di aver rubato 6 milioni avesse ricevuto in carcere decine di visite di parlamentari e membri (o ex) del governo, di destra e di sinistra, alcuni dei quali latori di pizzini inviati da altri politici, compreso il premier, tutti graniticamente convinti della sua innocenza (e della colpevolezza dei giudici), la notizia avrebbe destato enorme scalpore. Tutti si sarebbero domandati a che titolo tanti politici (ammesso e non concesso che li avessero fatti entrare) solidarizzassero in cella con un signore sospettato di reati tanto gravi e cos’avessero da spartire con uno così. Invece il pellegrinaggio di amici e colleghi nella cella di Del Turco (ufficialmente «in isolamento»!) è passata come una normale, quasi doverosa testimonianza di solidarietà all’illustre recluso. Anzi, è bastato che Veltroni manifestasse la sua fiducia nella magistratura, evitando di emettere sentenze che non gli competono, per esser bollato di «ipocrisia» e «antisocialismo». Ieri, sul Corriere, Pigi Battista ha fornito un catalogo completo del razzismo sociale applicato alla giustizia, in un memorabile commento dal titolo «E se Del Turco fosse innocente?». Il prode Pigi lacrima perché Del Turco fu «prelevato dalla sua casa all’alba, come il peggiore dei malfattori». Frase rivelatrice quant’altre mai del doppiopesismo classista di cui sopra: se non ne ricorrono i presupposti di legge, non si arresta né all’alba né al tramonto, né prima né dopo i pasti; ma, se i presupposti ci sono, l’orario e le modalità dell’arresto sono del tutto secondari rispetto ai fatti che l’hanno originato. Invece, per tutti i Battista d’Italia, i «signori» - se proprio si vuole arrestarli - meritano le manette di prima classe, quelle di velluto, possibilmente precedute da una telefonata di cortesia. Infatti Pigi chiede addirittura un risarcimento per Del Turco, scarcerato - a suo dire - «con 48 ore di ritardo causa introvabilità del gip», rientrato ieri dalle ferie per esaminare l’ok dato sabato dalla Procura ai domiciliari. In realtà non c’è stato alcun ritardo, visto che il gip aveva 5 giorni di tempo per rispondere ai pm e ne ha impiegati solo 2. Seguono le solite giaculatorie sulla «presunzione di innocenza», che non c’entra nulla: la custodia cautelare riguarda sempre i «presunti non colpevoli», altrimenti non sarebbe cautelare, ma definitiva. In carcere ci sono 30 mila persone nelle condizioni di Del Turco, ma naturalmente Battista si muove solo per Del Turco. E lo paragona addirittura a Enzo Tortora sol perché non s’è ancora scoperto «dove sono andati a finire i proventi» delle presunte mazzette. Ci sarebbe pure la possibilità, sostenuta dai pm, che i soldi siano finiti in alcuni immobili e/o in qualche conto cifrato nei paradisi fiscali. Ma lo Sherlock Holmes di Via Solferino non sente ragioni: se uno - puta caso - nasconde bene la refurtiva, vuol dire che è innocente. Attendiamo con ansia un editoriale dal titolo rovesciato: «E se Del Turco fosse colpevole?». Cioè se fosse come Craxi, come Contrada, come Mambro e Fioravanti, per citare solo alcuni dei condannati definitivi che Battista e il Corriere continuano a trattare da innocenti. Come pure i 18 pregiudicati, da Dell’Utri in giù, che popolano il Parlamento. Ecco: se Del Turco fosse colpevole, sarebbe innocente lo stesso."