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    June 23

    Il Bel (ma amaro) paese - parte 5

    Sia Berlusconi che Veltroni in campagna elettorale promisero: liste pulite, niente condannati o candidati che hanno processi in corso. Il Popolo delle Libertà ha 56 parlamentari tra condannati in via DEFINITIVA e con processi a carico, il Partito “Democratico” ne ha 18, dunque prima promessa non mantenute. Dei 6 partiti in parlamento l’unico che non presenta questa gentaglia è l’Italia dei Valori. Il governo ha già messo mani alle prime leggi vergogna, le intercettazioni si potranno fare solo a mafiosi, camorristi e persone legate alla criminalità organizzata. Bene, così in futuro non avremo problemi che qualche giornalista pubblichi le telefonate di D’Alema e Fassino oppure quelle di Moggi, e che un magistrato indaghi. Così se uno qualunque violenta una persone o fa una rapina in banca, nel caso qualche telecamera riprendesse di sfuggito il colpevole, la polizia cosa fa per prima cosa? Vede se questo individuo è una sua “vecchia conoscenza” e mette il suo telefono sotto controllo, ma ora con la nuova legge questo non lo si può fare, almeno che non appartenga ala criminalità organizzata. E Bossi che della sicurezza ha fatto un punto cardine nella campagna elettorale cosa dice? No, non vale più, di sicurezza si deve parlare solo se a commettere il reato è un Rom. Il Presidente del Consigli (quindi non un cittadino qualunque) ha dichiarato che sono dei sovversivi, del resto uno degli obbiettivi della P2, insieme a quelli di impedire con tutti i mezzi l’ascesa del comunismo in Italia, era anche quello di distruggere la magistratura. Ma questa non può essere definita come legge ad personam, no, questa è una bella leggina che và a vantaggio di tutti, e il PD ringrazia. Una vera legge per sè e per gli amici più stressi Silvio se le fatta con la legge sulle “priorità dei processi”, tutti i processi, con reati commessi prima del 30 giugno 2002, sono sospesi ere un anno. Ma guarda un po’ il caso, il processo che lo vede coinvolto con il caso Mills è compreso tra questi, che ragazzacci. E il Pd come fa opposizione? Uscendo dall’aula quando si devono votare queste leggi e facendo un governo ombra, che trovata all’italiana per non dire che stanno pappa e ciccia. Ormai c’è un regime in Italia, ma nessuno lo sa. I giornalisti non possono pubblicare intercettazioni o atti di un processo, ma ci rendiamo conto della situazione? Quando un giudice condanna o assolve un imputato lo fa “nel nome del popolo italiano”, popolo che ora non è tenuto a sapere più nulla di un processo, nulla. Mi hanno già accusato di ripetitività per gli argomenti da me toccati, ma non sono che sono ripetitivo, sono tale persone che mi hanno accusato di ciò che sono indifferenti come la maggior parte di tutti, dicono di voler capire ma non fanno nulla per capire, e così mi ritrovo a parlare ancora di quello, dell’informazione che non c’è, della condanna in appello ai boss casalesi di cui quasi nessuno a parlato perché agli italiani ora interessa di più l’Europeo. Situazione politica, economica, sociale ma soprattutto morale che è penosa. Non conosco molto gli altri popoli, spero di poter viaggiare per sottrarmi un po’ al regime italiano come sosteneva l’Alfieri, e per conosce, ma nonostante la mia ignoranza in questo sono certo che quello italiano è uno dei popoli più stupidi del mondo, se non proprio il più stupido. Sono certo che le persone che votano e legittimano questi politici o lo fanno per interessi loro personali o per stupidità. Chi è certo che non lo fa per interessi si deve rendere conto della sua stupidità. Perdonate la mia presunzione, ma non trovo altre parole. I peggiori sono poi quelli che mi dicono questi abbiamo e questi dobbiamo tenerci, o Veltroni o Berlusconi, dobbiamo votare per fare il nostro dovere di cittadini, però poi rinunciano volentieri al loro dovere all’informazione. Questo fa capire bene come la mentalità borghese capitalista è inculcata bene in tutti noi (me compreso), mentalità prodotta da anni di spot e tv, la mentalità del buon cittadino che si reca al seggio elettorale e sceglie tra l’uno o l’altro. Theodor Adorno diceva che la libertà non sta nello scegliere tra il bianco e il nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

    June 17

    LA SINGOLARE SCELTA DELLE NOTIZIE SULL'AMERICA LATINA

     

    GIANNI MINA'
    (17 giugno 2008)

     

    L’informazione dei nostri media sull’America latina e particolarmente su nazioni indigeste agli Stati uniti come Cuba, Venezuela o Bolivia, è stata sempre scorretta e spesso perfino grottesca. Ma ci sono periodi, come quello attuale, di profonda crisi dell’immagine degli Stati uniti e della credibilità dell’Occidente, in cui questo atteggiamento diventa quasi un insulto per l’intelligenza degli stessi lettori. Come si fa a credere ancora in un paese, definito bandiera della democrazia, dove i processi senza prove a presunti terroristi sono cominciati nella base di Guantánamo di fronte a “commissioni militari” e non di fronte a tribunali con giudici e avvocati? Ma l’informazione occidentale ha smesso di porsi questo interrogativo. Scegliamo a caso fra alcune notizie inquietanti degli ultimi mesi, curiosamente ignorate, nascoste o minimizzate dai grandi mezzi d’informazione anche del nostro paese, un paese del G8, dove ogni giorno sottolineiamo di essere democratici.
    1] Salvatore Stefio, uno dei quattro contractors italiani rapiti in Iraq il 12 aprile del 2004, sarà processato insieme a un socio, perché accusato dalla Procura di Bari di aver arruolato soldati “non autorizzati a servizio di uno stato estero”. Stefio non avrebbe arruolato Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi [che poi fu barbaramente ucciso] solo per un lavoro come guardaspalle di imprenditori -o presunti tali- che andavano a saccheggiare l’Iraq con la scusa della ricostruzione, ma perché prestassero aiuto a forze armate di altri paesi. Insomma, perché “in territorio iracheno militassero in favore di uno stato straniero” in cambio di un corrispettivo economico. Una storia scabrosa, perché recentemente, proprio dagli Stati uniti, si è saputo che, solo nell’antica terra di Babilonia, questi mercenari sono più di 15mila e operano senza nessun controllo e limite. Di fatto sostituendo nel lavoro sporco [torture, vessazioni di ogni genere alla popolazione, esecuzioni sommarie] l’armata di occupazione Usa.
    2] Nella zona circostante il carcere Los Cabitos, nella città di Ayacucho in Perù, è stata scoperta un enorme fossa comune contenente i resti di un migliaio di persone, comprese donne incinte e bambini, vittime dei massacri compiuti da gruppi di paramilitari che, come ha stabilito una recente sentenza, hanno spadroneggiato, fino a pochi anni fa, con la benedizione dell’ex presidente Alberto Fujimori, oggi finalmente sotto processo a Lima per crimini contro l’umanità. Fujimori, divenuto presidente grazie al consistente appoggio degli Stati uniti, è quello che, con la complicità di monsignor Cipriani, esponente dell’Opus Dei e oggi vescovo di Lima, diresse personalmente il massacro del commando del gruppo Tupac Amaru che, per 126 giorni aveva occupato, senza usare alcun tipo di violenza ai sequestrati, la residenza dell’ambasciatore giapponese, chiedendo la liberazione di alcuni compagni rinchiusi in condizioni inumane in carceri di massima sicurezza.
    3] Per non meglio precisati “ritardi” nei carteggi tra Italia e Uruguay, è tornato in libertà il capitano di marina e torturatore Nestor Troccoli, arrestato a Salerno il 23 dicembre scorso e detenuto, fino all’inizio di maggio, per la scomparsa di sei cittadini italiani e trenta uruguayani. Era il solo, dei 140 arrestati per i delitti commessi in osservanza del Plán Condor, a essere ancora in prigione.
    4] Edgar Millan Gomez, l’alto ufficiale messicano incaricato di coordinare a livello nazionale le operazioni contro i narcotrafficanti, è stato assassinato l’8 maggio a Città del Messico con nove colpi di arma da fuoco. Autore dell’attacco un gruppo armato, ma la polizia ha arrestato, finora, solo un uomo di 34 anni. Dall’inizio del 2008 sono state 1100 le persone uccise nel paese per fatti legati al traffico di stupefacenti. Vale la pena di ricordare che, nella terra degli aztechi, continua anche la mattanza di giornalisti. Una pratica iniziata sotto la presidenza di Vicente Fox, l’”amico di ranch” di George W. Bush e che, in soli sei anni ha superato le 30 vittime, stabilendo un vero e proprio record e facendo passare in secondo piano perfino la tormentata quotidianità della Colombia.
    5] A Buenos Aires, dopo le recenti minacce di morte rivolte alla loro storica dirigente Hebe de Bonafini e a sua figlia Alejandra, domenica 11 maggio sono stati devastati gli uffici della casa delle Madres, dove ha sede anche l’Università popolare. Un atto che conferma come i fantasmi del crudele passato dell’Argentina incombano ancora nella vita sociale di quel paese. Ce ne sarebbe abbastanza per una riflessione sullo stato delle cose dopo che gli Stati uniti, distratti dalle guerre in Oriente, hanno perso il controllo di quello che definivano il “cortile di casa”, e magari per una riflessione sulle forze, oscure o palesi, più che mai attive in America latina, che chiaramente non accettano il vento di riscatto e di riappropriazione delle risorse che spira in molte nazioni del continente. E invece no.
    La preoccupazione più palese dei nostri media, negli stessi giorni di queste notizie, era che Raúl Castro, riaprendo le porte degli alberghi di lusso ai cubani, non avesse considerato il fatto che, magari, una notte al mitico hotel Nacional de l’Avana costasse a un cittadino medio l’equivalente di dieci stipendi. Come se tutti i francesi, specie quelli delle banlieues, si potessero permettere una suite al Ritz di Parigi, o come se i milioni di esseri umani che in Brasile vivono nelle favelas avessero la consuetudine di passare qualche giorno negli alberghi di Ipanema o di Leblon a Rio de Janeiro. Se è lo stato a vietarti un consumo per assicurarti magari un’assistenza, una tutela, non è accettabile. Ma se te lo nega il mercato invece sì. Quando, negli anni ‘90, crollò il comunismo sovietico e vennero meno i rapporti economici con i paesi del Comecon, Cuba, che [forse è il caso di ricordarlo] è un’isola dei Caraibi e non il Liechtenstein, l’Olanda o la Spagna, puntò tutto sul turismo. Ma, come ha ricordato in questo numero di Latinoamerica Salim Lamrani, non aveva abbastanza strutture per accogliere la massa di turisti che avrebbero assicurato la sopravvivenza al paese, ancora strangolato dall’immorale e antistorico embargo degli Stati uniti. Dare quindi la precedenza ai turisti stranieri, portatori di valuta pregiata, è stata per lungo tempo una scelta obbligata. Ma per cogliere questi aspetti ci vorrebbe un po’ di onestà intellettuale, che per Cuba dalle nostre parti non c’è mai.
    Così si preferisce scoprire l’acqua calda segnalando la voglia di consumi di molti giovani, dimenticandosi sistematicamente, per esempio che, nello stesso continente, ci sono 40 milioni di nordamericani che sognano uno straccio di assistenza sanitaria e 60 milioni di brasiliani per i quali il presidente Lula ha dovuto inventare il piano Fame zero, il più grande progetto di assistenza alimentare mai varato al mondo, per assicurare tre pasti al giorno a ognuno di questi indigenti. Questo panorama non impedisce però, per esempio, alla collega Alessandra Coppola del Corriere della Sera, di dolersi per il nascente fenomeno rappresentato da alcuni cubani che lasciano le loro anguste realtà native sognando una realtà migliore a l’Avana, la grande capitale, dove sono già nate piccole baraccopoli. È inutile ricordare che, proprio per quello che abbiamo imputato sempre alla Rivoluzione, la sua chiusura, la sua diffidenza verso gli stili di vita del capitalismo trionfante, Cuba si era finora salvata dal fenomeno dell’urbanizzazione che ha reso un incubo la vita della maggior parte degli abitanti di megalopoli come Città del Messico, Mumbai, San Paolo del Brasile, Buenos Aires o Nairobi, dove un’umanità privata di igiene, istruzione, sanità e di qualunque altra assistenza, dovrebbe, per le logiche dell’economia neoliberale, sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Sempre sul Corriere Claudio Magris si chiede se “il regime avrà la capacità o meno di attuare una reale trasformazione, ossia di gestire il proprio trapasso in una società democratica e liberale”.
    Al professore umilmente segnalo che, visti i risultati che la parola “liberale” ha partorito in America latina, mortificando perfino la parola democrazia, è molto difficile che Cuba, malgrado tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, si consegni mani e piedi a questa dottrina politico-economica. E tanto meno i cubani, se li conosco bene dopo più di trent’anni che frequento l’isola, giudicherebbero una vittoria e un merito una “graduale auto-abolizione della Rivoluzione”.
    In questi mesi in cui fioccavano le efferatezze che ho prima messo in fila e la grande stampa, imperterrita, come fa da mezzo secolo, continuava, sbagliando le previsioni, a chiedersi dove andasse Cuba dopo Fidel, mi è piaciuta una risposta di Padura Fuentes, uno scrittore spesso critico con la Rivoluzione e per questo molto più intervistato di Senel Paz o di altri: “Cuba cambierà? Dipende dagli Usa”. Perché questa è la realtà. Non a caso Obama è stato l’unico a criticare, anche se con prudenza, l’embargo e ad accennare la possibilità di ridimensionarlo o di cancellarlo. La Cuba di Raúl sta lanciando dei segnali, ma se gli Stati uniti risponderanno con i soliti accenti, la Rivoluzione non aspetterà molto a rivedere alcune aperture fatte. Sempre che la realtà in divenire dell’America latina tesa al raggiungimento dell’unità continentale, non rassicuri Cuba che il tempo di vivere assediata è finito. Ma non sarà facile raggiungere questo risultato. Gli Stati uniti di Bush jr, anche nell’anno appena trascorso, hanno stanziato 140 milioni di dollari per favorire l’agognato “cambio” politico nell’isola, che significa poi il solito funzionario Usa, preferibilmente proveniente dalla Cia, che prepara il terreno per le razzie delle multinazionali e per mettere al governo fidati esecutori delle direttive che arrivano dall’economia Usa.
    È comico, specie dopo le aberranti esperienze in Afghanistan, dove sono tornati a comandare i signori della guerra e i trafficanti d’oppio, o in Iraq, dove il conflitto ha superato la durata dell’ultima guerra mondiale, sentire ancora qualcuno che ti chiede perché la rivoluzione cubana non accetti il multipartitismo voluto dagli Stati uniti. Basterebbe riflettere sul summit internazionale dell’ultradestra liberal-liberista, tenutosi a Rosario in Argentina nella settimana dopo Pasqua, per capire che gli Stati uniti non considerano ancora perduta la partita in America latina. Il conclave di ultraliberisti, neo-con, nostalgici delle vecchie logiche degli Usa e dell’Europa coloniale era presieduto dallo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, scortato da due politici a lui vicini: l’ex premier spagnolo José María Aznar e il governatore dei Buenos Aires Maurizio Macri.
    Il rimorso per la sua militanza marxista in gioventù spinge purtroppo Vargas Llosa, un giorno dopo l’altro, a mortificare il suo talento di narratore per l’ostinazione di stare al fianco, e sostenere spesso, i più impresentabili personaggi politici della scena attuale, non solo latinoamericana.
    Il seminario di Rosario era finanziato dalla Faes [Fundación para el analisis y los estudios sociales], organicamente legata proprio al Partito popolare di Aznar e mirava a due obiettivi: la riorganizzazione continentale delle forze neoliberiste [incuranti dei dram- matici guasti creati negli ultimi vent’anni], e l’attacco contro quello che definiscono il populismo di molti governi della regione, da Chávez a Morales, da Correa fino a Kirchner, senza fare alcuna distinzione.
    I partecipanti erano politici i cui curriculum imbarazzanti parlavano da soli: l’ex sottosegretario Usa per l’America latina Roger Noriega, gli ex presidenti Fox, messicano Cardoso, brasiliano, e poi gli uruguayani Sanguinetti e Lacalle, il boliviano Quiroga, l’ecuadoriano Oavaldo Urtado, il salvadoregno Francisco Flores, tutti reduci da storie politiche perlomeno incresciose.
    C’erano pure, come ha sottolineato lo scrittore argentino Miguel Bonasso, vecchi attrezzi dell’anticastrismo. Come Carlos Alberto Montaner [che in gioventù faceva parte, con il presunto poeta invalido Valladares, di gruppi che, a Cuba, praticavano il terrorismo contro la rivoluzione, ndr] e anche rinomati convertiti dell’ultrasinistra latinoamericana come l’ex ministro degli esteri messicano Jorge Castañeda, o l’ex ministro dell’Economia di Pinochet Hernan Buchi. “Il fatto che gli invitati a Rosario siano dei falliti che hanno messo in ginocchio i propri paesi -ha aggiunto Bonasso- non può far sottovalutare la loro pericolosità e la loro volontà sostenuta da mezzi enormi”. Questa realtà ormai la nuova America latina la conosce bene. Salvo il Messico, dove Felipe Calderón è stato eletto con una frode palese, e la Colombia, ormai alla deriva, gli Stati uniti nel continente non hanno più alleati indiscutibili. Nemmeno l’ambiguo Alán García che, a metà maggio a Lima ha ospitato il 5° Vertice euro-latinoamericano, per rilanciare l’”associazione strategica bilaterale”, uno slogan che, a questo punto, non vuol dire niente.
    Nel continente è iniziata una stagione nuova, dove due nazioni con presidenti di stili e caratteri diversi, il brasiliano Lula da Silva e il venezuelano Hugo Chávez, ma con un progetto comune, stanno facendo crescere nel continente una nuova speranza. È patetico che l’informazione occidentale, per non dispiacere agli Stati uniti, non se ne sia accorta finora, cocciutamente descrivendo questo contesto in modo folkloristico o sarcastico. Finché i fatti [cioè il continuo aumento del prezzo del petrolio e la recessione incombente per i fallimenti dei sub-prime negli Usa, non hanno costretto, per esempio, il Corriere della Sera a titolare l’apertura di una pagina degli esteri “Brasile, il miracolo di Lula: il malato è diventato ricco”, dove si segnala che questo paese, come il Venezuela, ha estinto il debito estero, ha raddrizzato l’economia e, per certificazione di Standard & Poor’s, è tra i pagatori più affidabili.
    Fino a due mesi prima il Magazine del Corriere aveva sarcasticamente sottolineato che Lula, eletto anche dai Sem tierra , non era ancora riuscito a varare una riforma agraria, dimenticando di sottolineare che questo accade perché quell’1% di proprietari che controlla il 47% della terra coltivabile del paese, blocca da 6 anni, con i propri rappresentanti alla Camera e al Senato, ogni possibilità di far uscire, in questo settore, il Brasile dal Medio evo. Traditore, quindi, non era Lula, ma lo erano i vassalli politici dell’economia neoliberale tanto cara ai corsivisti dei media di casa nostra.

    June 12

    Prove tecniche di fascismo

     
    Pubblico l'intervento di Marco Travaglio dal sito di Beppe Grillo
     
    Allora, sia nel blog di Beppe un certo Daniele mi chiede della legge sulle intercettazioni che è stata annunciata da Berlusconi al convegno dei giovani industriali a Santa Margherita Ligure – mi chiede e mi domanda se potrebbe essere incostituzionale o oggetto di un pronunciamento della Corte di Giustizia Europea – sia sul mio blog, voglioscendere.it, Cle e Carla C. mi chiedono anch’esse di parlare di questa legge. E allora parliamone perché è il tema del giorno e credo che rimarrà il tema della settimana e forse del mese. Siamo alla prima legge vergogna che riguarda i processi di Berlusconi e che ha qualche speranza di passare, dopo quella per ora tramontata sul patteggiamento allargato che avrebbe spostato in là i processi al Cavaliere. Intanto vediamo quello che vuole fare Berlusconi, secondo quanto lui ha annunciato di voler fare. Lui ha detto: “divieto assoluto di intercettazioni, salvo per i reati di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di criminalità organizzata e di terrorismo”. Per chi le fa, cioè per i giudici che le dispongono al di fuori di questi reati – ammesso che ce ne siano ancora, ovviamente – e per gli agenti che poi le realizzano assieme ai gestori telefonici che prestano il loro supporto: cinque anni di galera. Questa la pena massima prevista. Per i giornalisti che le pubblicano, cinque anni di galera anche a loro. Si corona così il sogno del Cavaliere di arrestare tutti coloro che lo dovrebbero controllare e che lo controllano ancora, cioè magistrati e giornalisti. Invece di arrestare le persone che vengono intercettate e hanno commesso dei reati, si decide di arrestare coloro che le hanno scoperte e coloro che lo hanno fatto sapere. Che già non è male, devo dire. In più prevede, dice lui, “una forte penalizzazione economica per gli editori che pubblicano questi articoli contenenti intercettazioni”. Quindi, in teoria, dovrebbe essere condannata anche la sua famiglia, visto che i suoi giornali hanno abbondantemente pubblicato intercettazioni - sempre quelle degli altri di solito, mai le sue. L’annuncio era già scritto nel programma della Casa delle Libertà, era già stato detto in campagna elettorale. Il problema è che Berlusconi ha questa grande fortuna: viene sempre sottovalutato. Si dice: “sì, lui dice così. Poi in realtà non è vero…”. No, in realtà è vero. E infatti, ciò che sembrava impossibile, il divieto di intercettazioni per tutti i reati che non siano di mafia e terrorismo – stando a quello che lui dice, sempre che non sia stato frainteso o non parlasse a titolo personale – sarà oggetto della prossima legge in materia di giustizia. E così sono serviti tutti quegli allocchi, magistrati, associazione magistrati, partito democratico, che pensavano di poter dialogare con un soggetto del genere. Per fortuna che a mettersi di traverso contro il dialogo è sempre Berlusconi poi, alla fine. È interessante il fatto che lui annunci tutto questo proprio mentre a Napoli e dintorni lui va predicando che con lui ritorna lo Stato, arriva il pugno di ferro, arriva la tolleranza zero, arriva la certezza della pena. Arriva il castigamatti, insomma, e bisogna rigare diritto. E annuncia una legge che va esattamente in controtendenza. Non è una legge “ad personam”, nel senso che non serve solo a lui. È una legge “ad personas” nel senso che serve a tutta la classe dirigente. È un altro cunicolo enorme scavato sotto le carceri e sotto i tribunali per farci passare naturalmente le solite pantegane grandi così, ma da quello stesso cunicolo passeranno anche topolini medi e piccoli, che sono poi quelli che vanno ad accrescere l’emergenza sicurezza, la percezione di insicurezza. Ragion per cui poi bisogna ritornare indietro e fare altri pacchetti sicurezza. È un continuo. È il pendolo che una settimana dopo le norme per la sicurezza, torna indietro e si mette a salvare i colletti bianchi, ma anche, come vedremo fra un attimo, le principali categorie criminali che rendono rinomato nel mondo il nostro Paese. Facciamo degli esempi. Per l’omicidio, ad esempio, non è più possibile intercettare, se ha un senso quello che ha detto Berlusconi. Perché l’omicidio non è né mafia, né ‘ndrangheta, né camorra, o meglio, ci sono anche omicidi che non fanno parte di quelle organizzazioni. Per l’omicidio semplice - cioè io ammazzo un tizio non essendo un camorrista, un mafioso, un ‘ndranghetista e nemmeno un terrorista – non mi possono intercettare. Di solito, per scoprire chi è stato ad uccidere una persona si mettono sotto intercettazione tutti quelli che fanno parte della sua cerchia: parenti, amici, conoscenti, colleghi di lavoro per cercare qualche attinenza tra la morte di quella persona e le conoscenze che ha. Non si potrà più fare. Quindi, molti più omicidi impuniti. Okay?
    Rapine in banca. Mettiamo che per fortuna una telecamera abbia ripreso di sguincio uno dei rapinatori e che gli inquirenti illuminando bene le immagini riescano a intuire chi potrebbe essere fra le loro vecchie conoscenze, spulciando tra le foto segnaletiche. Bene, per trovare la prova che è veramente lui gli mettono il telefono sotto controllo, vedono se parla di bottino. Se ne parla con altri complici, arrestano anche i complici e si riesce a sgominare la banda. Non si potrà più fare. La rapina, se non è fatta da mafiosi, camorristi o terroristi, sarà impossibile, o quasi, da punire...
    June 11

    Proletari di tutti i paesi,unitevi

    Altri sei operai, sei esseri umani, sono morti sul lavoro mentre pulivano un depuratore in Sicilia.

     PROBABILMENTE non utilizzavano tutti mezzi di sicurezza, e spessissimo purtroppo tali strumenti non vengono forniti dai datori di lavoro.

    Ma ala luce della mie esperienza da stagista posso dire con certezza che gli operai stessi a volte non prendono le adeguate prevenzioni di sicurezza. Operai, lavoratori tutti, ricordate che quel minimo di sicurezza e di diritti che oggi si posseggono sono frutti di anni ed anni di lotte, di lavoratori che hanno scioperato e spesso hanno subito cariche della polizia all’ingresso delle fabbriche per ottenere ESSENZIALI DIRITTI.

    Cooperate tra voi, ricordate che anche se non si lavorano più 12 ore al giorno lo sfruttamento c’è ancora, la teoria del plusvalore è ancora attuale perché negli ultimi 10 anni il reddito dei dirigenti industriali è salito dell’ 80%, e quello degli operai neanche del 2%. Che paese giusto ed egalitario…

                                                 

                                                                     "Proletari di tutti i paesi, unitevi"   K. Marx