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11月25日
21/11/2008
Tagli alla Cooperazione: a rischio i programmi dell'UNICEF a tutela di milioni di bambini
L'allarme alla vigilia della Giornata Nazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza
19 novembre 2008 - Il Presidente dell'UNICEF Italia, Vincenzo Spadafora, denuncia tagli pesanti nei fondi della Cooperazione destinati all'UNICEF e alle altre Organizzazioni delle Nazioni Unite da parte del Governo italiano.
«Gli 89 milioni di euro previsti per l'aiuto multilaterale nel 2009, un terzo di quanto erogato nel 2008, comporterebbero» afferma Spadafora «un taglio senza precedenti ai fondi UNICEF per l'infanzia, ponendo l'Italia al penultimo posto, nell'ambito del G8, nella graduatoria dei Governi donatori UNICEF, con conseguenze enormi sulle attività che l'UNICEF realizza a favore dei bambini di tutto il mondo. L'Italia ha sempre svolto un ruolo importante negli aiuti umanitari: non a caso le donazioni dei cittadini italiani all'UNICEF, nonostante la crisi che il nostro Paese sta attraversando, sono costanti, segno di un'attenzione forte dell'opinione pubblica italiana sui temi dell'infanzia e del futuro delle nuove generazioni. È paradossale che invece sia proprio il Governo a fare un passo indietro, perdendo credibilità, anche a livello internazionale, proprio alla vigilia di una celebrazione dedicata ai bambini.» In una lettera inviata ieri al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al Ministro degli affari esteri Franco Frattini, il Presidente dell'UNICEF Italia Vincenzo Spadafora chiede urgentemente il ripristino dei fondi a favore dei progetti dell'UNICEF per i bambini di tutto il mondo.
Il Presidente dell'UNICEF Italia esprime apprezzamento per l'approvazione avvenuta oggi in Consiglio dei ministri del Disegno di legge sul Garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza: «Verificheremo i contenuti del Disegno di legge e comunque auspichiamo che sia nominata una personalità di alto profilo, indipendente e autonoma e che il nuovo ufficio del Garante sia realmente dotato di poteri e risorse adeguate alle sue funzioni.»
11月22日 Governo più che mai contro i lavoratori. Leggette tutto per favore. Informatevi, diffondete, riflettete, reagiamo!!
Il Manifesto 21 novembre 2008
CRACK DEI CRACK
Se c'è la crisi, addio diritti
Con un emendamento seminascosto nel «decreto infrastrutture» il governo generalizza a tutte le aziende in amministrazione controllata la «norma Alitalia» che cancella la clausola sociale (l'art. 2112 del codice civile). Quella per cui chi viene ceduto insieme al «ramo d'azienda» mantiene comunque livello salariale e inquadramento contrattuale. Protestano Cgil, il Pd e Rifondazione. E' la conferma che il governo affronta la crisi lasciando mano libera all'impresa e comprimendo il mondo del lavoro. Tutta mat
Francesco Piccioni
A pensar male si fa peccato, spiegava Andreotti, ma ci si prende quasi sempre. Con questo governo, però, scompare persino il «quasi». Ieri l'aula del Senato ha approvato un emendamento presentato dal governo che estende a tutte le aziende a rischio di insolvenza il regime «eccezionale» ideato per gestire la vendita di Alitalia a un gruppo di imprenditori disponibili a improvvisarsi per qualche mese «compagnia aerea». Si discuteva della trasformazione in legge del «decreto infrastrutture» del 23 ottobre di quest'anno, che doveva occuparsi di misure di sostegno all'autotrasporto, quando è stato aggiunto - all'articolo 3 - un breve testo come «disposizione in tema di imprese in amministrazione straordinaria». Con il quale si annulla di fatto l'art. 2112 del codice civile, la cosiddetta «clausola sociale», per cui un lavoratore il cui «ramo d'azienda» viene ceduto ad altra società, mantiene comunque inquadramento contrattuale e livelli retributivi goduti in precedenza. Si tratta di una tutela comunque imperfetta, aggirata decine di volte nella gestione pratica di numerose crisi aziendali; ma di una tutela impugnabile in sede giudiziaria. Ora, invece, non esiste più per tutte le quelle aziende che si trovano in «amministrazione controllata» e debbono perciò cedere interi comparti per «fare cassa». Il caso più noto è quello della vendita della «parte buona» di Alitalia alla Cai di Roberto Colaninno. Per la quale sono state in un colpo solo congelate sia le regole antitrust che l'applicazione della 2112. In pratica, come spieghiamo da due mesi, i lavoratori vengono tutti licenziati e messi in cassa integrazione (e Alitalia chiude), mentre la nuova società li assume ex novo sulla base di contratti completamente diversi, sia per quanto riguarda l'organizzazione del lavoro che per i livelli salariali. La mossa è gravissima, anche perché passa quasi sotto silenzio sui grandi media. Decine di migliaia di lavoratori ne saranno colpiti, nelle crisi a cascata che si vanno moltiplicando ogni giorno. E' un modo di scaricare i costi della crisi completamente su chi lavora, garantendo alle imprese quella «mano libera» che non si riesce a far passare come «riforma del modello contrattuale». Persino due antesignani della riduzione delle tutele dei lavoratori dipendenti, come Tiziano Treu e Pietro Ichino, ora parlamentari del Pd, hanno mostrato parecchio disagio. Il primo, titolare di quel famoso «pacchetto» che ha introdotto la maledizione perenne dei contratti precari («atipici», fu scritto), ha evidenziato come «mentre tutta Europa si sta interrogando sulla necessità di prevedere sistemi di garanzie per i lavoratori nei casi di cambiamenti degli assetti azionari e di trasferimenti, il governo italiano approva una norma che va contro le elementari necessità di giustizia sociale». Il secondo, più freddamente, la giudica un'operazione «sicuramente destinata ad essere cassata dalla Corte di giustizia», ed «espone lo Stato italiano ad una sanzione» comunitaria. Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc, parla di «un governo contro i lavoratori. Com'era evidente, Alitalia è stata usata come un grimaldello per scardinare le tutele del lavoro». Sul piano politico, invece, «si chiarisce la principale differenza tra i Berlusconi del 2001 e quello di oggi; allora pianificava e annunciava le misure che voleva mettere in pratica - come l'art.18 - ora invece usa le crisi per snaturare tutto quello che può. L'ha fatto con i rifiuti, usando l'esercito e la giurisdizione, con l'Alitalia, con l'esercito nelle città sulla 'sicurezza'». Giudizio simile arriva anche dalla Cgil, con i segretari confederali Fulvio Fammoni e Fabrizio Solari, per i quali «è l'esatto contrario di quello che sarebbe necessario fare a fronte della straordinaria profondità della crisi e alle evidenti tensioni occupazionali». Evidente anche la forzatura istituzionale per cui si «utilizza un contenitore legislativo estraneo al tema per inserire norme che penalizzano l'occupazione e i diritti dei lavoratori». L'assemblea di palazzo Madama ha comunque dato il via libera all'intero provvedimento, che ora passa all'esame della Camera. Il tempo per fermare questa norma odiosa non è molto, ma è certamente materia in più per lo sciopero generale che si terrà il 12 dicembre. Cominciando magari ad alzare da subito la voce.
11月4日
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JOHN MCCAIN CONTRO BARAK OBAMA: COSA CAMBIA PER L’AMERICA LATINA
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Di Gennaro Carotenuto (04 novembre 2008)
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Oggi gli Stati Uniti eleggono il successore di George Bush. Che vinca John McCain o che vinca Barak Obama sarà un’impresa far peggio dell’uomo che ha organizzato golpe, visto instaurare governi progressisti in tutto il continente e che ha visto rifiutare l’ALCA e il fondomonetarismo e crescere la pianta dell’integrazione latinoamericana che per duecento anni gli Stati Uniti avevano avversato con successo. McCain vuole il ritorno al buon vicinato mentre per Obama è finita l’epoca dei cow-boy. Obama non è mai stato in America latina, che però fa il tifo per lui, mentre McCain negli anni ’80 è stato coinvolto da Ronald Reagan nella guerra sporca in Centro America.
CUBA John McCain si dichiara, al contrario di Obama, un conoscitore dell’America latina e come slogan per la sua politica dichiara di voler comportarsi da “vero vicino”. Eppure i suoi primi passi sono stati all’insegna della continuità come scegliere Adolfo Franco, cubano-statunitense e funzionario della USAID come responsabile delle questioni latinoamericane. Si è circondato inoltre dei soliti Otto Reich e Díaz Balart, tutti nomi noti e ossessivamente pescati nella Florida dell’esilio cubano. Quindi le relazioni con l’America latina per John McCain partono dallo stroncare Cuba, esattamente come è stato per Dwight Eisenhower, John Kennedy, Lyndon Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush padre, Bill Clinton e George Bush figlio. Rispetto all’isola il suo rivale democratico si differenzia in maniera notevole. Considera che non si può continuare a ripetere la stessa politica fallimentare per 50 anni senza modificarla mai. La prima misura dovrebbe essere quella di liberalizzare i viaggi a Cuba per i cubano-statunitensi (oggi ne è permesso uno ogni tre anni) e rendere più facile l’invio di rimesse nell’isola. Tuttavia per Obama un’eventuale ristabilimento delle relazioni è molto lontano e condizionato da cambiamenti concreti nell’isola.
GOVERNI INTEGRAZIONISTI Adolfo Franco non va per il sottile. Per lui i governi integrazionisti, in particolare quelli di Venezuela, Bolivia Nicaragua ed Ecuador sono “antidemocratici che preoccupano John McCain”. Otto Reich invece minaccia la sospensione dell’importazione di greggio dal Venezuela. Il principale consigliere di Barak Obama per l’America latina è Frank Sánchez, che fu già inviato speciale di Bill Clinton per le Americhe e sottosegretario ai trasporti. Nonostante Sánchez sia nato in Florida non è di origini cubane ma spagnole. La prima preoccupazione per lui è fugare l’idea che il fatto che Obama non si sia mai occupato della regione voglia dire disinteresse: “Bush è andato molte volte (ben nove, ndr), ma non per questo ha evitato che prendesse spazio un demagogo come Hugo Chávez e che la nostra influenza nella regione decadesse”. Obama ha più volte fatto intendere, ricambiato da Chávez, che è disposto a dialogare a patto che cessino i toni antiamericani.
COLOMBIA Barak Obama è perplesso per motivi sindacali interni sul Trattato di Libero Commercio tra Stati Uniti e Colombia ma considera la Colombia l’alleato chiave degli Stati Uniti. Appoggia il Plan Colombia, investirà ancora più soldi in questo anche se si aspetta un miglioramento della legalità nel paese. McCain appoggia sia il Plan Colombia che il TLC nella continuità piena con Bush.
MESSICO McCain appoggia fortemente il governo di Felipe Calderón e il nuovo piano energetico che privatizza il petrolio. Appoggia inoltre l’iniziativa Merida, il Plan Colombia messicano, che finanzia con un miliardo e mezzo di dollari la “sicurezza”. Se McCain non mette in discussione il TLC di libero commercio Obama vorrebbe parzialmente revisionarlo. Nonostante Obama appaia molto preoccupato dalla lotta alla droga, la guerra tra narcos in Messico non è stata oggetto della campagna.
IMMIGRAZIONE Se rispetto ai governi integrazionisti la posizione di McCain non si discosta da quella di George Bush, il punto di discontinuità con l’amministrazione uscente appare essere quello dell’immigrazione. Per McCain il trattamento degli immigrati sarebbe un problema di diritti umani per il quale vanno cercate forme di tolleranza anche verso i settori informali dell’economia. Va quindi cercata una soluzione condivisa con il partito democratico al problema, nonostante ciò comporti per lui un indebolimento sul fianco destro dell’opinione pubblica. Più chiaro appare il suo rivale. Obama dichiara che l’immigrazione non fa parte del piano dei suoi primi cento giorni, il che lascia intendere che non sia una primissima priorità, ma afferma che il percorso degli immigrati deve portare alla piena cittadinanza degli stessi.
In conclusione è difficile affermare che l’America latina sia centrale nei programmi dei candidati, che pure affermano di cercare migliori relazioni. John McCain appare continui sta, Obama timidamente innovatore. Mancano poche ore per sapere chi sarà il presidente ma quattro anni per tirare le somme.
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